No, Travaglio non è stato condannato per aver gettato fango su Renzi padre

Sul padre di Renzi sia Marco Travaglio che il Fatto Quotidiano hanno sempre riportato i fatti realmente accaduti. La condanna per diffamazione non è sugli articoli d’inchiesta (ritenuti corretti anche dalla giudice) ma su due commenti e un titolo.

Ricapitolando:

1) Nella richiesta di risarcimento danni per 300mila euro Tiziano Renzi aveva definito le inchieste del Fatto Quotidiano una campagna di stampa contro di lui. Secondo la sentenza, però, i fatti riportati sono veri e di interesse pubblico, quindi non diffamatori. Gli interessi, i legami imprenditoriali e i movimenti di Tiziano Renzi nel mondo degli outlet del lusso erano e restano un fatto conclamato.

2) Il titolo ritenuto diffamatorio dal Giudice è “Banca Etruria, papà Renzi e Rosi. La coop degli affari adesso è nel mirino dei pm”. Per questo titolo il Fatto è stato condannato (solo per il titolo mentre invece il relativo articolo è stato ritenuto corretto).

3) L’altra condanna è per due parole contenute in due commenti di Travaglio (i commenti sono stati ritenuti corretti, le due parole sono state ritenute “diffamatorie”).

La prima parola ritenuta diffamatoria è “bancarotta”. Scrive qui Travaglio: “In quel momento Tiziano Renzi era indagato a Genova per la bancarotta di una sua società poi fallita, la Chil Post. Che la società fosse fallita non era in discussione (il crac è del 2013), mentre si trattava di stabilire se Renzi padre avesse commesso il reato di bancarotta (in seguito avrebbe ottenuto l’archiviazione, che naturalmente non riportò in vita la società fallita, anche perché altri coimputati sono a processo per quella bancarotta). Il crac c’era, la condanna di Renzi sr per bancarotta no: e infatti non ho mai scritto che avesse commesso quel reato, ma semplicemente che era coinvolto nella bancarotta di una società di cui era stato proprietario (e dove aveva assunto Matteo). Si potrà dire che il termine era “atecnico”, come si conviene a un articolo di pura satira (il titolo era “I babboccioni”, per dire il tono), non a una sentenza o a una cronaca giudiziaria”.

La seconda parola incriminata è “affarucci”. Travaglio spiega: “Anche qui tutto vero, e pure preciso: come avevamo scritto spesso nelle pagine di cronaca, insieme a gran parte della stampa italiana, il massone Valeriano Mureddu e babbo Tiziano sono vicini di casa a Rignano sull’Arno e il primo acquistò un terreno dal secondo. Un affaruccio, appunto. Che c’è di diffamatorio? Che – scrive la giudice – “in nessuna parte dell’articolo sia spiegato quali sarebbero tali ‘affarucci’”. Cioè: i due hanno concluso un affaruccio, raccontato più volte sul Fatto e dimostrato per tabulas alla giudice. Ma è diffamazione lo stesso, perché lei avrebbe scritto l’articolo diversamente da come l’ho scritto io: altri 30 mila euro. Totale: 95.000 euro e un bacio sopra. Per un titolo e due articoli che non contengono fatti falsi e che riscriverei uguali altre cento volte. E sapete il perché di quella cifra spropositata? Per “la posizione sociale del soggetto diffamato (padre del Presidente del Consiglio, politico e imprenditore)”.

Commenta Marco Franchi sul Fatto di oggi: “Gli articoli erano inerenti la vicenda The Mall e il giudice Schiaretti certifica che ciascuno di essi “non contiene informazioni lesive” o “non appare in alcun modo diffamatorio”. Di uno, invece, stabilisce che è diffamatorio il titolo (“Banca Etruria, papà Renzi e Rosi. La coop degli affari adesso è nel mirino dei pm”) e per questo condanna la collega: 30 mila euro. Altrettanti per ciascuno dei due editoriali di Travaglio. Il primo è del 24.12.2015 dal titolo “I babboccioni”. Lì, salutando i lettori per le vacanze di Natale, Travaglio scatta la foto dell’anno sui genitori del Giglio magico: Boschi senior su Etruria, Lotti sul mutuo e Renzi sull’indagine a Genova. Il giudice ha condannato il direttore per aver scritto “Tiziano fa bancarotta”. Era indagato a Genova per bancarotta fraudolenta della sua società fallita. Il secondo è del 16.1.2016, nel pieno delle inchieste su Etruria, Boschi, Carboni e Mureddu. La condanna? Per aver scritto che Mureddu fece “affarucci” con Tiziano “senza spiegare quali fossero tali affarucci”. Peccato che il Fatto, come altri giornali, l’avesse spiegato varie volte, a proposito del terreno di Rignano”.

 

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